Claudio Dondoli e Marco Pocci, i due toscani che hanno reinventato la sedia italiana

25 Set , 2026 - Arredare un locale

Claudio Dondoli e Marco Pocci, i due toscani che hanno reinventato la sedia italiana

Ci sono designer che diventano famosi per un unico oggetto iconico, esposto nei musei e fotografato mille volte. Claudio Dondoli e Marco Pocci hanno scelto una strada diversa, molto meno appariscente ma altrettanto solida: hanno passato quarant’anni a disegnare sedie, tantissime sedie, per quasi tutte le aziende importanti del mobile italiano. Non cercano il colpo di scena, cercano il prodotto che funziona, che si vende, che sta bene in salotto e in un ristorante allo stesso modo. Ed è proprio questa costanza silenziosa a renderli uno dei casi più interessanti del design industriale italiano contemporaneo.

Da un gruppo teatrale a uno studio di design

La storia comincia a Firenze, alla Facoltà di Architettura, dove Dondoli e Pocci si conoscono da studenti. Non si limitano ai libri: insieme ad alcuni amici mettono in piedi un gruppo di teatro sperimentale. Sembra un dettaglio curioso e marginale, ma non lo è affatto: quell’esperienza teatrale lascia un segno preciso nel loro modo di progettare. Un palcoscenico richiede attenzione al pubblico, senso pratico, capacità di comunicare in modo diretto — ed è esattamente questo l’approccio che portano poi nel design.

Nel 1983 la loro collaborazione diventa un vero studio: nasce Archirivolto, con sede a Colle di Val d’Elsa, in provincia di Siena. All’inizio non è affatto uno studio di design industriale in senso stretto: si occupano di architettura, di progettazione d’interni e persino di vendita di mobili, restando a stretto contatto con le fabbriche della zona. È un’esperienza che si rivela preziosa, perché permette loro di capire dall’interno come funziona davvero la produzione, cosa chiedono le aziende e cosa vuole il mercato. Solo dal 1989 lo studio si concentra quasi esclusivamente sul design industriale, e nel 1995 si aggiunge al gruppo il designer Cristian Gori.

La loro idea di design: bello, utile, per tutti

Il punto di vista di Dondoli e Pocci è chiaro fin dall’inizio e non è cambiato molto nel tempo: il design non deve essere un privilegio per pochi. Per loro un buon prodotto deve rispettare tre condizioni semplici: essere bello, essere utile, essere comodo. Nessuna delle tre può mancare. La tecnologia, dicono, non serve a costruire un’immagine da vetrina, ma a dare un servizio reale a chi userà l’oggetto ogni giorno.

Questa filosofia si vede benissimo nei materiali che scelgono. Amano l’alluminio e soprattutto la plastica, un materiale che molti designer “impegnati” guardano ancora con un po’ di snobismo, ma che loro considerano affascinante proprio per la sua duttilità: si stampa, si colora, si lavora in mille modi diversi, e permette di tenere i prezzi accessibili senza sacrificare la qualità. È una scelta che dice molto del loro approccio: niente materiali nobili solo per fare scena, ma tecnologia messa al servizio della funzione e del portafoglio del cliente finale.

I “maestri della sedia”

Se c’è un ambito in cui Dondoli e Pocci hanno costruito una vera autorità, è quello delle sedute. Sedie, poltrone, sgabelli, divani, sedute per contract, per esterno, per ufficio: nel corso di quattro decenni ne hanno progettate a centinaia, di ogni forma e dimensione. Non è un caso che nel settore vengano definiti proprio così: “maestri della sedia”.

Il loro metodo di lavoro segue sempre lo stesso schema, dall’inizio alla fine del progetto:

  • ricerca di mercato, per capire cosa serve davvero all’azienda e a chi comprerà il prodotto
  • sviluppo dell’idea creativa
  • realizzazione dei prototipi, seguita direttamente da un modellista interno allo studio
  • supporto tecnico all’azienda per portare il progetto in produzione su larga scala

Questo modo di lavorare — seguire il prodotto dall’idea fino allo scaffale — è probabilmente uno dei motivi per cui i loro pezzi hanno sempre un ottimo rapporto qualità-prezzo e si vendono bene: non disegnano oggetti pensati solo per stupire in fiera, ma pezzi pensati per stare in produzione per anni.

Con chi lavorano

La lista dei marchi che hanno collaborato con Archirivolto è lunghissima, e comprende alcuni dei nomi più importanti del design italiano e internazionale. Tra le collaborazioni più continuative e produttive ci sono:

  • Calligaris
  • Bontempi
  • Desalto
  • Bonaldo
  • Pedrali
  • Ligne Roset e Cinna
  • Segis
  • Lago

A questi si aggiungono, nel tempo, marchi come Midj, Cattelan Italia, Emu, Luceplan, Tonin Casa, De Sede, Vondom, Fiam, Fasem, Ethimo, Connubia, Brunner, Quinti, Actiu e Cassina. Un elenco così ampio racconta bene una cosa: non sono un duo legato a un unico brand o a un unico stile riconoscibile a colpo d’occhio, ma dei professionisti capaci di adattarsi al linguaggio di aziende molto diverse tra loro, dal contract di lusso al mobile più accessibile.

Alcuni progetti recenti, per farsi un’idea concreta

Guardando gli ultimi anni di attività si capisce quanto lo studio sia ancora oggi in piena attività, con uscite quasi ogni anno per aziende diverse:

  • Big Foot, per Quinti Sedute (2025)
  • To-Be, per Segis (2024)
  • Doris, per Bontempi (2024)
  • Nacho, per Lago (2024)
  • Zuleika, per Cattelan Italia (2020)

Tra i loro pezzi più raccontati c’è la sedia Liberty per Calligaris: riprende la linea delle classiche sedie Thonet, ma la reinterpreta in un modello impilabile in polipropilene, pensato per il contract oltre che per la casa. C’è poi Bahia, sempre per Calligaris, che gli stessi designer descrivono come una forma “bio-ispirata e organica” — una sedia avvolgente, colorata, pensata anche per l’esterno. E c’è Saint Tropez, una poltroncina da home-office con scocca in policarbonato, pensata per il lavoro da casa diventato ormai parte della vita di tutti.

Un riconoscimento recente

Nel 2024 la poltrona Doris, disegnata per Bontempi, ha ricevuto il Red Dot Design Award, uno dei premi di design più importanti a livello mondiale. La giuria l’ha apprezzata per l’equilibrio tra seduta e struttura, capace di trasmettere insieme leggerezza e solidità — una descrizione che, in fondo, riassume bene tutto il loro modo di lavorare.

Perché il loro stile funziona

Qui vale la pena essere onesti: Dondoli e Pocci non sono designer da manuale di storia dell’arte, non inventano linguaggi rivoluzionari e probabilmente non troverete mai una loro sedia al centro di una grande retrospettiva museale. Ma sarebbe un errore liquidarli come “semplici” designer commerciali. Il loro vero talento è un altro, e va riconosciuto: sanno rendere elegante la normalità.

Le loro forme sono morbide, accoglienti, mai aggressive. Sono sedie che non devono essere ammirate da lontano, ma usate ogni giorno — e infatti risultano quasi sempre comode prima ancora che belle, il che, per un oggetto che deve ospitare il corpo di una persona per ore, non è affatto scontato. C’è poi una coerenza di fondo che si nota guardando il loro catalogo nel tempo: cambiano le aziende, cambiano i materiali, ma resta sempre lo stesso equilibrio tra linee pulite e un tocco di morbidezza, quasi organico, che rende i loro pezzi riconoscibili senza essere mai eccentrici.

Il vero punto di forza, però, è la capacità di stare dentro un budget e dentro un processo industriale reale, senza che questo si trasformi in un compromesso sulla qualità del disegno. Non è un caso che le aziende continuino a richiamarli, decade dopo decade: un prodotto che vende bene per anni, che si adatta a più contesti (casa, ristorante, ufficio, contract) e che costa il giusto è, per un’azienda di mobili, molto più prezioso di un pezzo scenografico che finisce in un unico showroom. In questo senso, Dondoli e Pocci rappresentano un tipo di design spesso sottovalutato dalla critica ma fondamentale per l’industria: quello che non cerca applausi, ma funziona, dura, e si vende.


Claudio Dondoli e Marco Pocci sono la dimostrazione che non serve stravolgere il linguaggio del design per lasciare un segno importante in un settore. Con lo studio Archirivolto hanno costruito, in oltre quarant’anni, un catalogo enorme di sedute per decine di aziende italiane e internazionali, restando sempre fedeli a un’idea semplice: bello, utile, accessibile. Se cercate un esempio concreto di come il “buon design” possa convivere con la logica industriale e con il mercato reale, il loro percorso è probabilmente uno dei migliori da studiare.